“Ikaria, Ikaria. Volume II” di Ennio Lagarpesi e Gianna Pirolese – Un inno epico e dolente alla dignità degli ultimi

Ikaria, Ikaria. Volume II non è semplicemente un romanzo, ma un poderoso affresco corale, una sinfonia letteraria in cui ogni voce contribuisce a costruire un universo denso, pulsante, tragicamente umano. Si tratta di un’opera monumentale, dalla struttura frammentata e apparentemente caotica, che tuttavia si rivela, pagina dopo pagina, come una tessitura sapiente e complessa, capace di accogliere e armonizzare i fili spezzati della memoria individuale e collettiva. In queste pagine si condensano decenni di esperienze vissute, raccontate, tramandate, dimenticate e poi riesumate con forza e struggimento.

Il romanzo attraversa – con una potenza emotiva quasi viscerale – alcuni dei temi più profondi dell’esistenza umana: il distacco e la lontananza, la condizione dell’emigrazione come trauma e sopravvivenza, il senso d’identità che si smarrisce nel tempo e nello spazio, l’appartenenza a una comunità ormai ideale più che geografica, la nostalgia per un luogo che spesso esiste solo nella memoria, e il bisogno di riscatto sociale, morale, simbolico. Il dolore non è mai gridato, ma si annida tra le pieghe del quotidiano, tra le battute goliardiche e le stanche preghiere, tra i cori stonati e le tavolate rumorose.

Scritto con uno stile polifonico e teatrale, che alterna il comico al tragico, il lirico al satirico, il filosofico al triviale, il volume si presenta come un palcoscenico aperto dove ogni personaggio – anche il più marginale – ha il diritto di dire la sua. Non ci sono eroi, né antagonisti: solo uomini e donne autentici, con le loro debolezze, le loro contraddizioni, i loro sogni sgualciti. È il racconto di un’umanità marginale eppure centrale, spesso invisibile nella narrazione dominante, ma qui elevata al rango di protagonista assoluta della Storia.

Ogni pagina è un mosaico di voci: dialoghi sgrammaticati ma verissimi, dialetti mescolati, proverbi, canti popolari, citazioni dotte, espressioni colorite, preghiere e bestemmie, memorie personali e storie collettive. Tutto si fonde in una danza tragicomica dove la risata non è mai priva di malinconia, e la commozione arriva sempre dopo un’ironia pungente. Si ride e si piange allo stesso tempo, perché Ikaria, Ikaria è la vita stessa: bella, assurda, ingiusta, tenera, imprevedibile.

Una festa come microcosmo dell’anima collettiva

L’intero capitolo analizzato si svolge durante una festa popolare, una di quelle celebrazioni che, nella loro apparente leggerezza, racchiudono la complessità di una comunità e ne mettono in scena il cuore pulsante. Probabilmente organizzata da una comunità di emigrati italiani all’estero, l’ambientazione – caotica, rumorosa, densa di odori, canti, risate e sproloqui – si trasforma in un vero e proprio microcosmo dell’anima collettiva. In questo spazio sospeso, convivono e si confrontano donne stanche e orgogliose, bambini irrequieti, filosofi improvvisati, vecchi sognatori, ex attori sconfitti, sacerdoti confusi, nostalgici, scettici e uomini che portano sul volto la fatica della lontananza e l’inquietudine dell’appartenenza.

La festa diventa così molto più di un semplice momento conviviale: è una zona franca dove si mescolano i piani della memoria e dell’attualità, un teatro popolare in cui la quotidianità si sublima in racconto collettivo. È una liturgia laica, rumorosa e spesso sgangherata, che permette alla comunità di mettere in scena se stessa, di ridere dei propri drammi e di teatralizzare il dolore dell’esilio. Ogni gesto – il brindisi, il piatto condiviso, la battuta fuori luogo, la canzone stonata – è carico di significati che vanno oltre l’istante. È memoria incarnata. È identità che cerca di resistere.

Ma dietro l’allegria esplosiva e le battute da osteria si cela una dimensione psicologica profonda. Quella festa è anche un rito catartico collettivo, un modo per esorcizzare il senso di smarrimento, la frustrazione di chi si sente estraneo ovunque: nel paese d’arrivo, dove resta “l’altro”, e in quello d’origine, che ormai appare mutato e irriconoscibile. Gli uomini e le donne che animano la scena portano addosso una ferita non visibile ma aperta: il trauma del distacco, dell’irrilevanza, della perdita di centralità. Il bisogno di raccontarsi, di parlare “a voce alta”, di interrompere l’anonimato, diventa una forma di sopravvivenza psichica. Ridere, mangiare insieme, polemizzare sulle piccolezze è un modo per resistere alla dissoluzione dell’io.

La festa è anche il luogo in cui le illusioni politiche riaffiorano: si parla dello Stato, della patria, del diritto al voto, della scuola, del lavoro per i figli. Ma tutto è immerso in un’atmosfera di tragica rassegnazione, come se le parole – pur animate da rabbia e passione – non avessero più presa sulla realtà. È il linguaggio di chi non ha smesso di sperare, ma ha imparato a non aspettarsi nulla. È qui che l’opera coglie un altro elemento psicologico fondamentale: il senso di colpa collettivo per essere partiti, e il conseguente bisogno di giustificare la propria assenza con una retorica del sacrificio e del dovere.

In questa cornice, l’identità culturale e sociale si rivela fragile, frammentata, ambivalente. Gli emigrati cercano di mantenere vive le proprie radici attraverso il cibo, la lingua, i proverbi, le canzoni, ma il tutto è punteggiato da scivoloni comici e grotteschi, da “ibridazioni linguistiche” esilaranti e tragiche (come “Sopportate Fanfano!”), che testimoniano un’identità in bilico, mai completamente a casa, né qui né là. L’emigrazione, in questo senso, diventa una condizione mentale oltre che geografica: un sentimento di spaesamento continuo, un’identità sospesa tra ciò che si era e ciò che non si riesce ancora a diventare.

La festa, infine, è anche un’arena di verità, dove le gerarchie si confondono, i ruoli si sovvertono, e ogni personaggio – anche il più marginale – può dire la sua. È in questo contesto che emergono le crepe, le fragilità, le maschere e le speranze: si ride per non piangere, si canta per non pensare, si abbraccia per non sentirsi soli. E il lettore, trascinato nel vortice emotivo del racconto, si scopre parte di quel coro dolente, specchio di un’umanità tanto ridicola quanto sublime.

L’ironia e la nostalgia: la doppia anima della scrittura

Uno degli aspetti più affascinanti e distintivi di Ikaria, Ikaria. Volume II è la straordinaria capacità degli autori di alternare con naturalezza estrema registri diversi, spesso agli antipodi: l’alto e il basso, il sacro e il profano, la riflessione filosofica e la trivialità più disarmante. Con uno stile che mescola lirismo e realismo grottesco, Ennio Lagarpesi e Gianna Pirolese costruiscono un’architettura narrativa fluida e spiazzante, dove le regole convenzionali del romanzo vengono sovvertite, e la scrittura si fa corpo, voce, teatro dell’anima popolare.

I due autori danno voce a una moltitudine di personaggi che si muovono come in una pellicola girata in presa diretta: appaiono, scompaiono, si sovrappongono, si confondono, come comparse in un grande film amatoriale. Ma ognuno di loro, anche per un solo istante, viene illuminato dalla scrittura come da un riflettore, e in quell’attimo di luce rivela tutta la propria umanità. Il lettore viene trascinato in una continua oscillazione tra la risata e la malinconia, tra la beffa e la memoria, in un’atmosfera narrativa che ricorda per certi versi il miglior Eduardo De Filippo o lo spirito teatrale di Dario Fo.

Le citazioni colte – da Aristotele a Lao Tze, da Buddha a Gesù, da Cicerone a Lombroso – si inseriscono senza forzature in dialoghi sbilenchi, in monologhi surreali, in battute dialettali da osteria, creando un cortocircuito linguistico ed emotivo di grande impatto. La filosofia si fa carne, la teologia diventa pane quotidiano, la letteratura alta si impasta con la saggezza popolare, e tutto prende vita in un universo narrativo dove niente è gerarchico, ma tutto è potenzialmente rivelatore.

Uno degli episodi più esemplari in tal senso è quello della “scena del film girato in paese”, un momento apparentemente comico e farsesco che si trasforma in una potente allegoria sociale e spirituale. Qui, la parodia biblica diventa al tempo stesso riflessione profonda sulla religione, sulla teatralità dell’esistenza, sulla tensione – sempre viva e irrisolta – tra ideale e realtà. Le Beatitudini vengono lette con fervore e al tempo stesso interrotte da rumori molesti, animali che abbaiano, bambini che disturbano, e battute volgari che scivolano in mezzo alle sacre parole: il contrasto genera un effetto straniante, ma mai gratuito. Al contrario, questa giustapposizione di sacro e profano è lo specchio autentico della condizione umana.

Nel caos di quella “messa in scena”, si staglia la tragica grandezza dell’uomo semplice, colui che crede e bestemmia, che prega e ride, che si aggrappa ai simboli di una fede antica ma che non rinuncia a dire la sua, a modo suo, anche nel bel mezzo di un “ciak si gira!”. È una narrazione che non giudica, ma accoglie; che non idealizza, ma nobilita proprio l’imperfezione, la contraddizione, l’incoerenza. E lo fa con un’ironia che non è mai cinica, ma sempre partecipe, affettuosa, quasi compassionevole. Un’ironia che serve non a demolire, ma a svelare.

Parallelamente, la nostalgia attraversa tutto il testo come una corrente sotterranea. Una nostalgia che non è solo per i luoghi perduti o per la giovinezza trascorsa, ma per una semplicità esistenziale ormai svanita, per un’umanità che – pur nella sua goffaggine – riusciva a conservare una purezza emotiva, una verità profonda, oggi quasi introvabile. È la nostalgia per un tempo in cui i legami erano forti, le parole pesavano, la condivisione era reale. In questa doppia anima – ironica e nostalgica – si riflette la tensione più autentica dell’opera: dare voce a un mondo che sta scomparendo, ma che ancora pulsa sotto la superficie, e che merita di essere ricordato non con retorica, ma con amore.

L’emigrazione come ferita aperta

Il cuore più profondo e doloroso del romanzo Ikaria, Ikaria. Volume II è indubbiamente rappresentato dalla condizione degli emigrati. Uomini e donne che non hanno scelto davvero di partire, ma che sono stati spinti via dalla propria terra come foglie al vento: per fame, per disperazione, per mancanza di prospettive, per una politica distratta o complice, per una nazione incapace di accogliere i propri figli. Quella che si legge tra le righe del libro non è solo una cronaca dell’emigrazione italiana del Novecento, ma una riflessione universale sulla sradicazione e sulla nostalgia, sulla perdita e sulla resilienza.

Con straziante lucidità, le pagine raccontano l’alienazione dei padri che non vedono crescere i figli, che lavorano quattordici ore al giorno in nero per costruire una casa che forse non vedranno mai finita, che si aggrappano alle lettere e alle fotografie come a un’ancora esistenziale. Le madri, da parte loro, sono costrette a fingere una felicità che non esiste, a riempire i silenzi con frasi di speranza, a trasformare il dolore in sacrificio, come in un atto d’amore perpetuo e invisibile. E poi ci sono i figli: bambini e adolescenti che crescono tra due lingue, due mondi, due verità, spesso vergognandosi delle proprie origini, sentendosi diversi ovunque, stranieri dappertutto.

Il libro mette in scena, con tono amaro ma mai pietista, una realtà troppo spesso ignorata: quella di una patria matrigna, che rifiuta i suoi figli migliori, che lascia partire le sue energie più sane – intellettuali, artigiani, operai, studenti, imprenditori – per arricchire altri Paesi, più solidi e organizzati. Si parla apertamente di “fuga dei cervelli”, ma anche di “fuga delle braccia”, del “miracolo antieconomico” italiano: un Paese che esporta sia capitale che lavoro, cioè le due forze che dovrebbero, insieme, garantire sviluppo e futuro. Il paradosso viene descritto con una forza narrativa e politica impressionante: le rimesse degli emigrati tengono in piedi l’economia nazionale, ma i protagonisti di questi sacrifici vengono spesso dimenticati o, peggio, derisi, strumentalizzati, messi da parte.

La ferita dell’emigrazione è dunque duplice: sociale e psicologica. Si tratta di una frattura profonda che attraversa generazioni, che condiziona le relazioni familiari, la percezione di sé, l’identità. Gli emigrati vivono nella perenne ambiguità di chi non è mai del tutto qui né là. Scrivono lettere in cui dicono “tutto bene”, pur sapendo che niente va bene. Mentono per proteggere chi è rimasto, per non deludere, per non ammettere la sconfitta. Spesso ritornano solo da vecchi, con la pensione o con un’illusione di vittoria costruita mattone su mattone. Altri non tornano mai, e si perdono nel silenzio.

Ma in tutto questo dolore mai emerge un tono miserabilista: al contrario, la dignità dei personaggi è incrollabile, fiera, vibrante. C’è una fierezza resistente nel portamento degli uomini e delle donne descritti, un’integrità profonda che si manifesta nella capacità di sorridere, di ridere perfino, nel bel mezzo della disperazione. Come se la sopravvivenza – in fondo – fosse già un atto di eroismo.

Perché leggere Ikaria, Ikaria. Volume II

Perché è un libro che parla a tutti noi, anche se non abbiamo mai fatto una valigia per partire. Racconta cosa significa essere divisi tra due terre, tra due lingue, tra la speranza e la rassegnazione. È un’opera che restituisce voce e dignità a chi è rimasto ai margini della storia ufficiale, ma ha costruito la realtà con il lavoro, il sacrificio, l’ironia, la memoria. È un libro che si ride, si piange, si ascolta come un racconto attorno al fuoco, e si legge con la consapevolezza che ognuno di noi potrebbe essere uno dei suoi personaggi.

È un’opera che fonde poesia popolare e riflessione politica, che attraversa la fede, la comicità, la nostalgia, la critica sociale, restando sempre fedelissima alla verità dell’animo umano.

Dove trovarlo

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Recensione a cura di Davide Cipollini

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